La banca dati CIVES: privilegi di cittadinanza veneziana, dalle origini all’anno 1500

CIVES è una banca dati contenente tutti i privilegi di cittadinanza “veneta” trovati nelle fonti d’archivio fino all’anno 1500. Sarà presto disponibile anche una edizione della normativa riguardante la concessione di tali privilegi.

La ricerca, compiuta nell’ambito del corso di Storia economica e sociale del Medioevo all’Università Ca’ Foscari di Venezia, nacque nel 1986 sullo stimolo di un grant concesso dall’IBM alla Facoltà di Lettere e filosofia per inaugurare un laboratorio di informatica umanistica. Alla richiesta di pensare come potevo aderire all’iniziativa, la scelta è caduta quasi immediatamente sulla problematica della cittadinanza, argomento già studiato in termini quantitativi nella tesi di dottorato di Stephen R. Ell, Citizenship and Immigration in Venice, 1305-1500 (completata alla University of Chicago nel 1976) e da me affrontato in un breve saggio del 1981. La natura un po’ troppo sbrigativa dell’indagine di Ell, l’inaffidabilità delle trascrizioni della normativa da copie tarde, e in particolare la mancanza di una matrice dei nominativi rendevano dubbie le sue conclusioni e necessaria una ripresa praticamente da capo dell’indagine.

Con un gruppo di una dozzina di volonterosi studenti iscritti al corso, mi sono presentato nella Sala di studio dell’Archivo di Stato di Venezia, dove ho suddiviso tra di loro il carico di lavoro costituito da fonti note e meno note, di lettura facile e meno facile; ho riservato a me stesso la fonte di più ostica lettura, coscientemente tralasciata da S. Ell, quella delle Grazie del Maggior consiglio (dalla quale sono usciti più di 600 casi). Avevamo una scheda da compilare con la bellezza di 34 “campi” per ciascun caso o record. Due o tre volte la settimana ci siamo poi ritrovati nel laboratorio, fornito appunto dai primi personal computers dell’IBM, a riversare i dati raccolti in un programma approntato in “Db3”. Il corso era annuale e ciascuno di noi ha investito, tra ricerca d’archivio, input informatico e incontri seminariali più di 350 ore, senza contare la preparazione da parte di ciascuno studente di una nutrita tesina con i risultati raggiunti su argomenti specifici derivati dalla materia prima rilevata nella banca dati. Con quell’impegno del primo anno il grosso dei dati era stato raccolto, in modo più o meno raffinato, più o meno grezzo, per un totale di ben più di 3000 casi.

In anni successivi altri tre seminari annuali sono stati dedicati all’argomento; gli studenti sono ritornati in archivo per controllare, raffinare e completare il lavoro fatto precedentemente. In termini informatici, siamo passati man mano da programmi in “Db3”, in “Db3 plus”, in “Db4”, in MS “Access” nelle varie versioni succedutesi, e più di recente in FileMaker; i primi programmi permettevano un massimo di otto caratteri per dare un titolo a ciascun “campo” e, per le note, un massimo di 50 caratteri, per cui spesso siamo stati costretti ad una esasperante abbreviazione delle parole, tale da rendere necessaria una vera “traduzione” delle note quando il limite era successivamente passato a 100 caratteri, poi a 200, e oltre. Uno dei problemi ricorrenti, quello delle tante mani di tanti studenti attraverso gli anni, dei tanti approcci allo scioglimento di abbreviazioni e alla normalizzazione in italiano di nomi, titoli, mestieri, provenienze e quant’altro – dopo aver conservato in altri campi il latino originale – è stato in parte risolto con una ripassata dei dati, dall’anno 1376 alla fine, da sole due persone (A. Conterio e S. Piasentini); l’ultima controllo è stato compiuto da me con l’aiuto di A. Mozzato; dubbi ed errori rimarranno per forza e forse causeranno sorrisi tra gli utenti (basti pensare al compito di “tradurre” in frasi complete i titoli in otto caratteri dei campi per rendere più comprensibile ciascun record), ma una banca dati con più di 3600 records – di cui 52 prima della prima legge di riforma dei prerequisiti per l’acquisizione del privilegio di cittadinanza il 4 settembre del 1305 – può essere utile per gli studiosi soprattuto dei luoghi d’origine degli immigrati naturalizzatisi a Venezia durante gli ultimi secoli del medioevo.

Ci si chiederà se i casi da noi recensiti costituiscono la totalità dei privilegi concessi. In risposta diciamo che sono tutti – o quasi – i casi di cui è sopravvissuta una qualche registrazione. In due periodi la normativa rende chiaro che i Provveditori di comun, i magistrati responsabili, avevano piena autonomia di concedere il privilegio senza passare per il Senato: nel 1323, ad “artifices”, “come fanno giá al presente” suona la legge, cioè senza che occorresse una specifica delibera del Senato; e per circa un decennio a partire dal 1348, quando agli immigranti bastava iscriversi al momento dell’ingresso in città per avere il privilegio “de intus”. Il fatto che tutto l’archivio di questa magistratura precedente al Cinquecento sia andato perso significa che mancano molti (forse centinaia?) di casi, tranne quelli in cui gli interessati hanno successivamente richiesto un ulteriore privilegio sottoposto invece all’avvallo del Senato.

Dalla normativa saltano subito agli occhi dei passaggi importanti che si riscontrano nei dati recensiti nella banca dati CIVES: si passa da un prerequisito di residenza di dieci anni nel ’200, alla tentazione di fissare questa a trent’anni (1303), alla delibera fondamentale del 4 settembre 1305 che fissava in quindici anni la residenza per il privilegio “de intus”, a venticinque anni per quello “de extra”. Da questo intervento restrittivo si passa invece alla liberalizzazione in seguito alla peste nera, quando, per stimolare l’immigrazione, si decide la concessione per alcuni anni del privilegio “de intus” senza alcun prerequisito, quello “de extra” con soli dieci anni di residenza. Se l’afflusso di gente creò a volte scompiglio, si interveniva a rimodulare la normativa; nel 1361, per esempio, si sono richiamati tutti i cittadini naturalizzati successivamente alla peste per farsi rilasciare un nuovo “passaporto”: a chi poteva dimostrare di essere rimasto in città con la famiglia e di aver pagato regolarmente le tasse e i prestiti forzosi, si rilasciava una lettera patente che comprovava il diritto ad uno “sconto” sui dazi commerciali (che pesavano infatti di più sui mercanti stranieri). Nel 1382, dopo la crisi della guerra di Chioggia contro Genova, si fissavano i prerequisiti di residenza a otto anni per il privilegio “de intus”, a quindici per quello “de extra”. Ogni tanto tornava in vigore la legge restrittiva del 1305 (era per es. in vigore nel 1552), ma dopo il 1430 circa, come aveva già dimostrato S. Ell, si assiste ad un forte calo nelle richieste del privilegio di cittadinanza, in parte per la concessione automatica della cittadinanza “de intus” ai cittadini delle città di Terraferma e da Mar sottomesse a Venezia a partire dal 1405 (come si vedrà nella normativa).

Prima di concludere questa breve introduzione con una bibliografia di saggi che già si appoggiavano su questo lavoro di scavo, vorrei ringraziare di cuore le molte decine di studenti del corso che si sono dedicati con tanto impegno alla tematica dell’immigrazione e della naturalizzazione di stranieri a Venezia, contribuendo con le loro ricerche non solo dati ma elaborazioni settoriali e analisi dei dati e delle norme. Infine, ringrazio il Gruppo di Ricerca Nazionale dal titolo “Bene pubblico e ricchezza privata: politica, economia e diritto nella teoria e nella prassi verso la modernità” con sede a Bologna, di cui ho fatto parte, per aver finanziato il lavoro del dott. Luigi Siciliano, medievista ed informatico, che ha così potuto trasformare la banca dati in un “prodotto” usufruibile on-line.

Reinhold C. Mueller

Dipartimento di Studi Storici

Università Ca’ Foscari di Venezia